Perchè amo Tōkyō

Tōkyō è stata amore a prima vista.

Non so dire bene come sia iniziata, né perché, tra tutte le mete, avessi scelto il Giappone. Curiosità, forse. Qualche sbiadito ricordo di letture universitarie. Non saprei.

Quello che ricordo, però, è la sensazione che ho provato la prima volta che ci ho messo piede. Adrenalina che ti scorre sottopelle. Occhi mai stanchi di guardarsi intorno, che scrutano dettagli incomprensibili e ti pongono domande a cui non sai rispondere. Rumori che ti strattonano, ti avvolgono, ti inglobano e tu ci nuoti dentro, cercando di rimanere a galla, di mantenere un equilibrio che per un attimo hai perso.

Tōkyō è una vertigine.

Ricordo quando ho preso per la prima volta la Yurikamome line da Shinbashi e sono stata sedotta dall’intrico di strade e passaggi sopraelevati che il treno attraversa. Una giungla di percorsi che si rincorrono e si aggrovigliano strato su strato. Lo sguardo fuori dal finestrino, mi sono persa in quel dedalo: una strada su cui scorre un traffico composto, un sovrappasso pedonale che la scavalca, ecco che arriva un treno su un terzo livello e poi ancora strade, ancora auto e pedoni. Vite che scorrono senza mai scontrarsi, in una danza ordinata su palcoscenici multipiano.

È la stessa sensazione che ho avuto guardando la città dall’alto, in cima al Tōkyō Metropolitan Government Building o sulla terrazza della Mori Tower. Amo andarci la sera e vedere le mille luci di una notte giapponese che si accendono. Lunghe arterie arancioni che scorrono lente tra quartieri e palazzi. Da lassù percepisco la vita che pulsa per le strade di Tōkyō. Avverto la grandiosità di una città che ha solo opportunità da offrire. Milioni di possibilità. Sono tutte lì, ai tuoi piedi, non aspettano altro che tu scenda per strada e ne colga una.

A Kōenji una vecchina ricurva avanza lenta tra i banchi delle verdure. Due ragazze posano per una foto davanti a una gondola a Jiyūgaoka, in quello che sembra un angolo rubato a Venezia. A Yoyogi un ragazzo ci prepara un cappuccino in una caffetteria che ha solo tre posti a sedere e un uomo ci rincorre fuori dal ristorante di Ueno in cui abbiamo scordato la macchina fotografica.

Sono i mille volti di una Tōkyō che ti invita a bere a notte fonda, quando invece dovresti riposare. E mentre pensi a cosa dovrai fare domani, lei ti versa un bicchiere di sake colmo fino all’orlo. E così ti lasci andare, bevi il tuo sake e gusti l’atmosfera del locale che in questa lunga notte è la tua cuccia. Ovattata e calda, ti accoglie e ti coccola, finché non ti si chiudono gli occhi e ti accorgi che l’ultimo treno è ormai perso da ore.

Così salti sul primo taxi che ti riporta in hotel mostrandoti, ancora una volta, le luci sfavillanti di questa città che ti vuole per sé e non ti concede il sonno. Ancora una volta mi ritrovo a guardare fuori dal finestrino. Ancora una volta ipnotizzata dalle luci di Tōkyō. Ma questa volta sono al centro della scena.

Tōkyō, là fuori, brilla per me. Tōkyō, questa notte, è stata mia.

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