Il Giappone si prepara a rifiorire

Sono andata in Patagonia per ripiego.

Lo so, qualcuno potrebbe urlare al sacrilegio e strapparsi i capelli apostrofandomi a male parole per questa dichiarazione, ma è la verità.

Non che in Patagonia non ci volessi andare, era pur sempre una delle mie mete del cuore, quelle in cui sognavo di andare prima o poi. Prima o poi, ma non nella primavera del 2011, ecco. Nella primavera del 2011 io volevo andare a vedere i sakura in fiore in Giappone.

E ci sarei anche andata, avevo prenotato tutto: il volo – spuntato a un prezzo unico grazie a mille miliardi di miglia Alitalia accumulate in anni di trasferte – poi gli hotel, il Japan Rail Pass… avevo studiato tutto nei dettagli, aspettavo il momento in cui avrei rimesso piede in terra nipponica come un bambino aspetta la notte di Natale.
Fisicamente mi trovavo ancora in Italia, ma la mia testa era già là: a Tokyo, per le strade di Shibuya, a fare shopping a Shinjuku e mangiare tendon ad Asakusa.
Avevo preparato questo viaggio con mesi di anticipo, l’avevo studiato nei minimi particolari, ma soprattutto l’avevo sognato, perché niente è più forte del desiderio di andare in Giappone dopo che l’hai visto con i tuoi occhi, il desiderio di tornare.

È in questo stato d’animo un po’ alienato che mi è giunta all’orecchio la notizia del terremoto di Sendai. All’inizio non ci ho proprio fatto caso. Non che non avessi capito il messaggio, ma semplicemente l’avevo catalogato alla voce: eventi tipici che i Giapponesi sanno gestire perfettamente. E più i miei colleghi insistevano a sottolineare l’accaduto, più mi convincevo del fatto che erano solo invidiosi: del mio viaggio, del mio ritorno, non sapevo bene di cosa, ma loro non capivano. Loro non sapevano cosa significa vivere in una società organizzata, preparata all’emergenza e soprattutto con delle regole che funzionano e che vengono rispettate.
Ma dai! Stiamo parlando del Giappone!
Non costruiscono mica le case con la sabbia come facciamo noi in Italia: sono preparati, hanno piani di sfollamento e procedure da seguire.

Ripensando ora al mio comportamento di allora, mi sembro una pazza. Non collegata alla realtà.

Ho iniziato a capire che qualcosa non andava quando sono arrivati i numeri delle vittime, l’allarme per lo tsunami, le notizie da Fukushima e i primi dubbi sulle fuoriuscite radioattive. Mi sono aggrappata a internet nel tentativo di capire cosa stesse succedendo, ma le notizie erano poche e confuse. Di punto in bianco mi sono sentita spaesata: ma come è possibile? Io ero lì un momento fa? Cos’è successo? Ma è terribile! Un sentimento di panico e tristezza mi ha avvolto, ero stralunata. Mi sentivo parte in causa di questa tragedia pur vivendola a distanza. Ero al fianco di tutti i Giapponesi che in quei momenti vivevano sulla loro pelle quella tragedia.
Ho vissuto in questo stato di trans per una settimana, dissociata tra la me che andava tutti i giorni a lavorare come ogni giorno e la me che era in Giappone e viveva il dramma della catastrofe. Una settimana in cui sono stata emotivamente instabile e profondamente toccata da un evento così tragico. Ora, voi direte, tutti sono stati toccati da quell’evento. Certo, ma io ho avuto uno scossone tale da rimanere disorientata.

Poi, poco alla volta, sono riemersa, la mia mente è tornata lucida e ho visto che il popolo giapponese era già all’opera, già pronto a raccogliere quello che era rimasto, a pulire quello che andava eliminato, a ricostruire quello che non c’era più.
Con estrema semplicità, senza lamenti, ma con una grande compostezza. Con la dignità di un popolo che pensa a come rialzarsi nonostante abbia subito una punizione troppo grande per qualsiasi peccato.

Adoro il Giappone.
Adoro i Giapponesi.

Dopo il terremoto del 2011 si è molto parlato di pericolo radiazioni, di centrali nucleari, di informazioni celate e false verità che il governo nipponico avrebbe detto o non detto. Quello che ho imparato in quell’occasione è che la forza di questa nazione non si misura con la politica o gli indici economici, ma con la determinazione dei suoi abitanti che hanno saputo guardare avanti e ricominciare e ora, come e più di allora, a quattro anni di distanza da quel tragico giorno, amo questo Paese che porto nel cuore.

Il Giappone va avanti. Tra due settimane i sakura fioriranno ancora.

Sakura in fiore - Giappone