Arrivare in Giappone per la prima volta

Arrivare in Giappone per la prima volta è un po’ come sbarcare su Marte. Hai la sensazione di essere arrivato su un altro pianeta, di stare ad anni luce da casa, in un posto tanto strano e bizzarro da sembrare surreale. Anche se ti sei fatto una vaga idea di cosa aspettarsi, per quanto tu possa esserti preparato, quello che ti aspetta ti spiazzerà alla grande.

Qualcuno rimane schiacciato dalla prima fase di ambientamento, sente l’oppressione degli stimoli esterni e soffoca. Altri, come me, rimangono estasiati da tanta frenesia e dal turbinio tumultuoso di tutto ciò che accade intorno.

La mia prima volta nel Paese del Sol Levante sono stata travolta dalla moltitudine di stimoli cui i Giapponesi sembrano non far più caso. E’ stata una botta pazzesca, uno stordimento fisico, tanto che ancora adesso me la ricordo e se ci ripenso mi torna la voglia di essere là.

Chiudo gli occhi e in un attimo eccomi a Shibuya.

Sono il bersaglio di un bombardamento che colpisce tutti i sensi.

Vista

Luci – al neon o led che siano – brillano in pieno giorno come in piena notte, che poi notte non è, dato che certe zone delle città sono illuminate a giorno, appunto. Quello che più mi colpisce non sono tanto le luci in sé, quanto il fatto che siano ovunque, di ogni colore, arrampicate sugli edifici, stratificate e sovrapposte a maxischermi giganti che ricoprono intere facciate dei palazzi trasmettendo spot a nastro continuo o video musicali.

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Udito

Guardando il video vengo immersa in una canzone dalle sonorità asiatiche. Ma non dura molto: suoni, rumori, grida, annunci, musiche, tutto è mischiato, tutto è lanciato al vento nel tentativo di colpire qualcuno e quel qualcuno sono io e di colpi e schiaffi ne prendo molti, tanto che percorrendo pochi metri lungo un marciapiede passo dalla musica del video, alle urla di un venditore che cercava di attirare l’attenzione dei passanti, al messaggio incomprensibile di una cordiale signorina all’altoparlante di una stazione.

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Tatto

Ecco, la stazione, abbasso un attimo lo sguardo dalle luci intorno e lo riporto a ciò che mi circonda, io e Zippo siamo circondati da milioni di persone che camminano in ogni direzione. Non sono indiavolati come a Milano, non schizzano come i Newyorchesi sempre di corsa, sono relativamente calmi e composti, ma sono ovunque. Milioni di omini ci circondano, siamo in trappola, non abbiamo scampo. D’improvviso mi rendo conto che sono una straniera in terra nipponica, certo questa cosa la sapevo già prima di arrivare, ma una volta là la diversità è lampante: sono diversa da loro, mi sento diversa. Non ho i loro tratti, non ho i loro colori, non capisco la loro lingua, mi sento stranamente alta (cosa che non mi è mai successa prima  in vita mia) e soprattutto non ho gli occhi a mandorla. Non posso nascondermi: loro sanno che sono un’infiltrata, sono diversa, sono un’Italiana in mezzo a un fiume di Giapponesi.

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Vedo mio marito in preda a un attacco di panico, “aiuto” mi dice guardandomi con occhi sbarrati che lasciano immaginare l’ansia che sta provando. Fuori dalle stazioni di Tokyo, ma anche dentro e pure sui treni, di gente non ne manca. Shinjuku è la stazione più trafficata al mondo. Pare che ogni giorno ci passino in media più di 3,5 milioni di viaggiatori: quasi 3 volte gli abitanti di tutta Milano che si riuniscono in un’unica stazione in cui prendono il treno, bevono un caffè, comprano un paio di scarpe o si ritrovano con gli amici per un boccone. La stazione è un fulcro di ogni città o quartiere giapponese, niente a che vedere con le stazioni a cui siamo abituati in Italia.

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Olfatto

Nel tentativo di far ripigliare Zippo, cerchiamo una zona più tranquilla e con la metro raggiungiamo Ueno, un quartiere più tradizionale. Usciti dalla stazione ecco il mercato di Ameyoko, che in realtà si chiama Ameya Yokocho, per gli amici Ameyoko. Qui le bancarelle si accumulano una sopra all’altra e propongono pesci di ogni tipo, ma anche vestiti, frutta fresca, detersivi. Ecco una bancarella interamente dedicata alle alghe. Magliette appese. Tranci di salmone freschissimi. Una sala giochi. Fette di ananas e melone. Tutto si sviluppa lungo una stradina, al riparo di una sopraelevata. Attirati da un negozio di orologi ci infiliamo in un dedalo di corridoi fiancheggiati da banchetti di ogni sorta fino a sbucare dall’altro lato della sopraelevata, sembra di essere in un sobborgo del più classico dei film polizieschi. Strette viuzze, angoli bui, vapore esce dalle cucine, odori di zuppe dense e spiedini alla griglia.

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Gusto

Scegliamo un localino in cui sederci a mangiare qualcosa. Ci serve una bella zuppa calda per confortarci un po’. Tokyo ti spiazza, ti fa sentire piccolo, i tuoi punti di riferimento saltano, tutto è confuso, veloce, abbagliante, ti lascia stordito. Ordiniamo un piatto di ramen per scaldare il cuore. Al bancone due personaggi simpatici e buffi si danno da fare in tutta fretta, sono immersi in una nuvola di vapore e portano una fascia bianca arrotolata sulla fronte. Mi sento all’interno di un cartone animato giapponese.  Il nostro ramen arriva in tazze fumanti e ha un sapore che è come una pacca sulla spalla, un amico che ti siede vicino e ti dice: non preoccuparti. La cucina giapponese è lontana dall’essere solo sushi, come in molti pensano. E’ ricca e varia tanto quanto quella italiana, ha zuppe, riso, carni, pesce, verdure, cucinati al vapore, alla piastra, alla griglia, fritti in tempura e infine anche crudi, mescolando dei sapori che al nostro palato risultano tanto insoliti quanto indescrivibili. Non saprei descrivere cosa ho provato mangiando per la prima volta un takoyaki o un dango o il gelato al macha con una punta di azuki. Sono tonalità di gusto a cui non siamo abituati e che sorprendono sempre, nel bene o nel male.